dedalog

Labirinti mentali di un trapiantato cronico

mercoledì, 22 marzo 2006
Dove è Koz?

Interessante e divertente: un questionario che alla fine ti da una mappa di dove sei rispetto ai vari partiti.

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Accidenti... è vero che la settimana scorsa si pensava ad una mia carriera come rivoluzionario zapatista,
però addirittura così vicino a Di Pietro e PdCI!!  :-)
Provatelo!

Elezioni 2006. Io sono qui. E tu dove sei?

Postato da: dedalusk a 22:47 | link | commenti (11) |

Io e l'Oriente

   Perché ogni volta faccio una fatica bestiale a capirmi coi cinesi? Sarà il mio inglese che difetta o il loro? Sarà una incomunicabilità culturale dovuta al fatto che proveniamo da lati opposti del globo?
   Sta di fatto che ci vuole un tempo interminabile per fargli capire le mie richieste.
   Chiamo per avere una cena cinese a domicilio e ogni volta intavolo una discussione inteminabile con la signorina che prende le ordinazioni: le dico cosa voglio "un numero 6 e un numero 91" e poi le do l'indirizzo, ma lei non capisce che 217 è il mio numero civico e non un altra ordinazione. Cerca confusamente di spiegarmi che non esiste nessun numero 217 nel loro menù mentre io le sto già facendo lo spelling del nome della via dove abito. Allora mi fermo e le spiego che quello è l'indirizzo; lei mi riepiloga l'ordine "a number 6 and a number 91, and then?"; and then niente, voglio solo quei due numeri! Capisce e me lo dimostra con un "and that'all?", come dire "tutto qui? giusto il tanto per raggiungere gli 11 dollari minimi per la consegna a domicilio? da solo a casa a magiare cinese davanti alla tv, povero sfigato?".
   Non che con quelli del lavasecco vada meglio. Un quarto d'ora per spiegare il mio numero di telefono, di cui non ricordavo i numeri, ma di cui ricordo le lettere corrispondenti. Alla fine ho dovuto prendere in mano il telefono e dettarle i numeri (ma vivono in america anche loro?). Voglio dire, in qualunque pubblicità ti danno il telefono con qualche parola in mezzo, non avevi mai capito cosa significasse? E' stata dura ma alla fine cel'ho fatta, speriamo che domani al ritiro vada tutto bene.
 

Postato da: dedalusk a 22:11 | link | commenti (5) |

lunedì, 13 marzo 2006
L'Assente

Amica, infinitamente amica
in qualche posto il tuo cuore batte per me
in qualche posto i tuoi occhi si chiudono all'idea dei miei
in qualche posto le tue mani si tendono, i tuoi seni
si riempiono di latte, tu svieni e cammini
come cieca nella notte a incontrarmi...
Amica, ultima dolcezza
la tranquillità ha reso dolce la mia pelle
e i miei capelli. Solo il mio ventre
ti aspetta, pieno di radici e di ombre.
Vieni, amica,
la mia nudità è assoluta
i miei occhi sono specchi per il tuo desiderio
e il mio petto è un tavolo di supplizi
vieni. I miei muscoli sono dolci per i tuoi denti
e ruvida è la mia barba. Vieni a tuffarti in me
come nel mare, vieni a nuotare in me come nel mare
vieni a affogare in me, amica mia,
in me come nel mare...

          Vinicius de Moraes

Postato da: dedalusk a 19:22 | link | commenti (3) |

lunedì, 06 marzo 2006
Arrivo in USA

   Avendo finalmente recuperato il mio contatto col mondo (ovvero una linea telefonica), che finora mi era fornito solo da una connessione wireless non protetta appartenente a chissà chi e che ricevo solo stando rannicchiato in punti improbabili della casa, mi accingo a raccontarvi la prima settimana del mio nuovo soggiorno statunitense.
Sul viaggio non c'è molto da dire, lungo e noioso. Forse lo scalo a Londra e poi l'arrivo diretto a Baltimore lo fanno sembrare un pò più corto, però l'onflight entertainment della British Airways è decisamente più scadente rispetto a quello della US Airways. L'arrivo alla dogana è sempre uguale, centomila domande e molte perplessità da parte loro, anche se questa volta io sono stato un pò più bravo e preciso nelle risposte e non c'è stato bisogno di frugarmi il bagaglio e il portafogli.
"Ma che chitarra è? Una chitarra per bambini?" Cara la hostess della BA. No. E' smontabile.

   Ovviamente tornare è una sensazione decisamente diversa dall'arrivare per la prima volta. La mia mente matematica mi avverte che negli ultimi cinque mesi (non un intervallo di tempo da poco) sono stato più da questa parte dell'oceano che non da quella che normalmente chiamo "casa". So esattamente a che orari posso mettermi in contatto con l'Italia senza doverci pensare e senza fare complicati calcoli (del tipo orario-di-Baltimore+6). Indico al tassista dove svoltare per portarmi a casa, visto che lui non è ben sicuro di dove si trovi l'indirizzo che gli ho dato.
E' a Little Italy, di fronte alla chiesa di St. Leo (in un attimo di chiarezza e lucidità che probabilmente rimarra unico nella mia vita ho realizzato che St. Leo the Great sarebbe San Leone Magno). "Una chiesa? Certo uno non si ricorda la chiesa se va a Little Italy, ahah". Si vede il campanile da 2km di raggio, coglione. Basta esseci entrati una volta a Little Italy per averla vista.
Ok, mi porti a Little Italy, poi le dico io dove andare.
   Anche il calcolo del temutissimo tip (la mancia facoltativa che bisogna obbligatoriamente dare) non è stato un problema paricolare. Certo se mi fosse successo la prima volta che sono venuto, di dover prendere il taxi e di trovare uno che non sapeva dove andare, mi sarei davvero sentito perduto (in ogni caso penso che dispongano tutti di navigatore). Certo anche che, da bravo italiano, il dubbio che il tassista stesse semplicemente saggiando la mia conoscenza del posto, e quindi la possibilità di allungare il tragitto, mi resta in un angolino della mente come una probabilità plausibile.
   Fortunatamente nella mia precedente visita il mio host, il padrone di casa, mi venne a prendere all'aeroporto evitandomi qualunque difficoltà all'arrivo. Anche questa volta qualcuno mi aspettava all'aeroporto, per dire la verità. Pat, una cara amica del mio ospite, con la quale intrattengo cordiali rapporti (io le preparo la pasta quando passa da queste parti e lei mi chiama "sweetheart"). Purtroppo, non ho capito se per il suo ritardo, dovuto al traffico e al lavoro, o per il mio ritardo, dovuto agli ufficiali di dogana, non ci siamo beccati all'areoporto. Pazienza, avrei risparmiato $25 e avrei visto una faccia amica al mio arrivo. La vedrò a casa più tardi, comunque.

   Arrivo e incontro Rose (sorella del mio padrone di casa) che mi da le chiavi di casa e due notizie: la prima è che domani lei andrà a fare la spesa da Safeway, quindi se voglio posso andare con lei e posso fare un pò di provviste; la seconda è che è in arrivo un storm, una tempesta di neve. Queste due notizie sono correlate perché, se arriva la neve, sarà difficile andare a fare la spesa nei prossimi giorni anche ammesso che il supermarket sia aperto. Gli americani lo chiamano "nest instinct", l'istinto del nido, giusto perché gli piace dare nomi e vedere significati nascosti dietro ogni cosa. La mamma che che cerca di creare un nido confortevole e di avere le riserve di cibo in vista della perturbazione imminente. Se lo dice la tv sarà vero (pare che i generi che vanno più a ruba siano pane e carta igenica).

   Fattomi una doccia e declinato il gentile invito di Pat e Rose ad andare a mangiare la steak che oggi viene offerta a metà prezzo in un ristorante di loro conoscenza (sono troppo stanco!), mi avvio a prendere qualcosa per la mia cena. La scelta in realtà era già stata compiuta ben prima del mio arrivo. Entro da Whole Food e mi accaparro una porzione maxi di sushi e un mezzo gallone di latte per un prezzo esorbitante: per il mio arrivo posso permettermi un pò di lusso, no?
Dopodiché cena, tentativo fallito di chiamare casa, svuotamento parziale delle valige, finto tentativo di restare sveglio per assorbire meglio il jet lag e crollo istantaneo nel lettone.

   La sensazione del ritorno in questa casa è stata molto particolare: ritrovare tutto esattamente come lo si era lasciato - nessuno ha usato la "mia" stanza in questi mesi - ha fatto si che questo mi sembrasse il vero ritorno a casa, e non quello che ho fatto lo scorso Novembre (dove, nonostante le mie molte raccomandazioni, c'è stato un impacchettamento arbitrario delle mie cose). Le scarpe che non ho messo in valigia per mancanza di spazio erano ancora lì, la scrivania con le cartine e i kleenex, il telo messo sulla finestra perché la tenda originale faceva filtrare troppa luce.

   Ovviamente mi sveglio agli orari più impropri durante la notte, cosa che sarà una costante dei primi giorni di permanenza, ma che verrà assorbita senza troppi problemi e senza il ricorso ai metodi che vengono variamente spacciati dagli esperti di viaggi intercontinentali.

   La prima spesa deve essere seria e consitente, ci sarà tempo per andare in giro a effettuare "impulse buying", e prendere le cose che più mi sconfifferano frà quelle che occhieggiano ammiccanti dagli scaffali di Safeway. Quindi faccio un'ispezione della casa (cosa c'è, cosa manca, cosa voglio) e decido di cucinare alcune pietanze in quantità tale da farne una provvista e attingere senza dover necessariamente cucinare tutti i giorni o ingurgitare cibi surgelati. Compilo la mia brava lista e a fine mattinata Rose si presenta puntuale per la nostra spedizione.

   I supermercati sono fondamentalmente uguali dappertutto, e l'America non fa certo eccezione. La differenza più sensibile è la varietà dei prodotti più banali: qualunque cosa è disponibile in versione fat free, sugar free, senza lattosio, con le vitamine, col calcio. Con uno sforzo di volontà soprannaturale sono rimasto fedele alla mia lista della spesa, e ho comprato tutto il necessario per le mie colazioni (sausage links, farina per i pancakes, sciroppo d'acero e cereali), il latte, le uova, e tutto l'occorrente per preparare in quantità industriali i piatti che mi hanno accompagnato in questa prima fase dalla mia vita americana: minestrone di lenticchie (ricetta mari), ragù, peperonata e burritos (giusto per stare leggero).

   Il giorno dopo è arrivata, come previsto, la neve. 30 centimetri di neve per essere precisi. Avevo visto così tanta neve solo in montagna, e vedere una città completamente coperta è stato uno spettacolo meraviglioso, e sono rimasto come un bambino per un tempo infinito a guardare dalla finestra la neve che scendeva. Dopo qualche ora e un caffè caldo, a tempesta finita, come un bravo baltimorese ho impugnato la pala e un sacco di sale e mi sono dato da fare per ripulire il marciapiede davanti a casa e consentire in questo modo il passaggio. Fa una strana impressione vedere tutti fuori dalle case che spalano e spargono sale, sicuramente un bell'esempio di civiltà e buona convivenza.

   Questa esperienza mi ha fatto rendere conto di un fatto ineludibile: c'è freddo e io non ho vestiti adatti. Le scarpe da tennis per andare sulla neve non sono l'ideale e le altre due paia di scarpe che ho non le voglio rovinare. Anche il giubottino che ho appresso non sembra particolarmente utile allo scopo, e un paio di guanti potrebbero addirittura consentirmi di non perdere totalmente la sensibilità delle mani. Quindi a tempesta passata e neve sciolta mi sono diretto a fare i miei acquisti anti-freddo: un giubbotto e un paio di guati North Face e un paio di calde e comode scarpe Timberland (che qui costano decisamente meno che da noi).
Aggiungo solo che una notte ha fatto -9°C, e che di conseguenza sono molto contento dei miei acquisti.

   Per via delle traversie dovute alla mia connessione ad internet (che sembra impossibile riuscire a riottenere) la conclusione e la pubblicazione di questo post avvengono molto più tardi del loro inizio, che era - come ho scritto - una settimana dopo il mio arrivo. Tutto qui procede abbastanza tranquillo tra impegni vari e un sacco di libri che volevo leggere e per i quali non avevo mai trovato il tempo. Nella speranza che il prossimo aggiornamento possa arrivare in tempi più brevi di quest'ultimo (che ho fatto piuttosto corposo per sopperire alla scarsa frequenza) vi lascio con qualche foto.

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L'incrocio tra South Exeter e Stiles, già mezzo ripulito dai mezzi pubblici.

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Le seggioline sulla terrazza della mia mansarda, dove sono solito uscire a fumare la tradizionale sigaretta prima di andare a dormire.

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La terrazzina del piano di sotto, con la caratteristica casupola degli attrezzi (il mio sogno proibito è vedere cosa ci sia dentro).

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Parte di marciapiede che da su Stile street. Inutile dire che non sono molto bravo a spalare la neve. Mi dicono che l'importante è che si possa passare...

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La scalinata del mio ingresso: anche questa non l'ho spalata molto bene, ma rimedierò più tardi.

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Non si possono avere delle foto nella neve senza una foto di un qualche tipo di pianta coperta di bianco, no?

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La mia scarpa a spalamento avvenuto, decisamente non l'ideale per la neve. Più che un piede ormai avevo un blocco di ghiaccio.

Postato da: dedalusk a 21:13 | link | commenti (7) |







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