dedalog

Labirinti mentali di un trapiantato cronico

mercoledì, 14 dicembre 2005
Una passeggiata

   La luce si diffondeva in una strana miscela di sole al tramonto e luminarie cittadine da poco accese per la notte, il tutto smorzato da una cupa foschia che creava una spessa coltre grigiastra in cielo e un'atmosfera ovattata nell'aria. Eppure non c'era freddo e passeggiare verso il porto era un piacevole modo per districare la massa confusa di fili che percorrevano i suoi pensieri, dandogli l'impressione di essere intrappolato in una fitta ragnatela da lui stesso costruita con certosina meticolosità.

   Camminando per le vie di una città ancora semisconosciuta, il ragazzo accompagnava ogni proprio passo con un incessante pensare, ripensare, rimuginare e rammaricarsi.
   Tutti i ''Se'' che si stava portando appresso galleggiavano nell'aria sopra e intorno a lui, tanto che la gente che lo incorciava nell'ampio marciapiede era costretta a scansarsi per non andare a sbatterci contro.
   I passanti lo guardavano con aria interrogativa, senza capire esattamente ciò che vedevano, dato che in questa città nessuno parlava italiano e i suoi ''se'' erano solo monosillabi privi di significato per loro, mentre una coppia di turisti giapponesi, tutti eccitati, faceva delle foto con lo sfondo del World Trade Center, probabilmente meravigliandosi del fatto che non fosse a New York e che non fosse crollato. Cosa ci facessero dei turisti, per giunta giapponesi, al freddo di questa grossa metropoli era un'altra domanda che attraversò la testa di Giovanni, questa volta in modo chiaramente intelleggibile a chiunque e provocando il risentimento di alcuni passanti, evidentemente colti nel vivo dell'affetto per la propria città.
   Fu solo un attimo, poi i suoi pensieri ritornarono dove erano partiti, insieme alla consapevolezza che avrebbe dovuto camminare ancora a lungo per riordinarli tutti e poterli poi riporre in un cassetto o magari metterli in una scatola e chiuderli in un ripostiglio per tirarli fuori solo alla bisogna, come un vecchio album di fotografie. Le cose fatte, le cose dette, le cose regalate, le cose rubate. Nella pagina delle cose fatte c'erano alcuni dei pezzi migliori di questa collezione, certo non erano numerosi come nella pagina delle cose che si sarebbe voluto fare, ma  avevano i loro pregi. Le passeggiate nel parco, le cene, le  serate a ballare, il mare e il sesso: oh si! Il sesso, già, si, mmm, AH!, Siiii!
   Un uomo, incrociandolo, si schiarì rumorosamente la gola e Giovanni si rese conto che forse questo non era esattamente il genere di pensieri da mostrare in pubblico. Non qui, perlomeno, dove il senso del pudore era come uno spesso lenzuolo che doveva coprire costantemente gli orribili peccati della carne.
   Era  quasi assurdo ripensare a come tutto fosse sballato fra di loro,  ma magicamente una volta sotto le lenzuola sembrava come se i  pezzi si ricomponessero e tutti gli stridii e le disarmonie si  trasformassero in una impetuosa e magnifica sinfonia, con la  potenza di un Beethoven e l'ironia di un Rossini.

   Le cose dette erano più difficili da riordinare, più ingarbugliate, spesso contraddittorie altre volte senza un vero e proprio significato. Ed erano tante: qualche volta dolci, spesso risentite, soprattutto quando si andava più avanti nel tempo, qualche volta erano pudiche, altre volte audaci e troppo spesso scandalizzate o infastidite. Si dovette fermare un attimo per raccoglierne alcune che, troppo pesanti, erano  cadute per terra anziché restare a fluttuare come palloncini  colorati intorno a lui.
   Non si era mai accorto che le parole e le frasi fossero così variopinte; si andava dal bel vermiglio delle parole dette nei momenti di passione alle sfumature più rosate della tenerezza, dal rosso infuocato degli insulti al blù intenso delle frasi di riappacificazione, fino all'inevitabile azzurro gelido delle parole risentite del distacco, che feriscono come lame di ghiaccio. C'era da perdersi, e forse lo sforzo che sarebbe servito per riordinare tutto e catalogare (magari secondo un criterio cromatico o cronologico) si sarebbe rivelato eccessivo. Però a Giovanni piacque l'idea di guardarle ancora un pò, quindi si sedette su una gradinata proprio di fronte al porto e rimase in silenzio, guardando davanti a se tutti quei ricordi galleggiare sull'acqua.
   Mentre stava lì, placido e quasi rasserenato dall'ipnotico snodarsi di tutte quelle meraviglie colorate che parevano finalmente avere una loro armonia, qualche cosa lo colpì su una spalla provocandogli un dolore acuto e poi si scagliò su quell'arcobaleno di parole, scompigliandolo e destruggendolo: erano le cose non dette. Si era dimenticato di quanto potessero fare male, e per una attimo gli si bloccò il respiro, vedendo quante frasi dette perdevano di significato o cambiavano colore dopo che il nero opaco delle cose non dette (quasi indistinguibile nello sfondo della notte) si era scagliato su di loro.

   Dopo aver aspettato qualche momento che il dolore passasse e l'aria riprendesse a fluire dentro di se col ritmo regolare del respiro, si decise ad alzarsi e a continuare la propria passeggiata. Svoltando un angolo, proprio di fianco all'entrata dell'imponente centro commerciale ricco di ristoranti con vista sul porto e  ormai chiusi, la vide. Era lì, che fluttuava nell'aria davanti a lui, uscita all'improvviso dal fluire scomposto dei suoi pensieri.
   Ebbe un attimo di smarrimento e l'impulso incontrollabile di fuggire da qualcosa che sapeva sarebbe arrivato, ma che non aspettava così presto. Ma oramai gli era di fronte, a grandezza naturale e nella pienezza di un ricordo tanto vivido quanto doloroso, e non c'era altro motivo che una strana paura per evitare di affrontarla; ci girò intorno, guardandola da ogni angolazione: non era propriamente bella, anche se non le si poteva negare un certo fascino, e poi dovette riconoscere che nell'immobilità di quel ricordo perdeva qualcosa, come se il suo modo di muoversi, di parlare e di sorridere le desse quel non so che in più, un valore aggiunto che in realtà costituiva la sua vera essenza.
   Il nonsoché era esattamente ciò che lo colpiva in una donna, lo era sempre stato: c'erano alcune che lo avevano e altre che ne erano completamente prive, cosicché capitava che alcune bellissime fanciulle fossero per lui  interessanti quanto una suola di scarpa e delle altre, magari meno aiutate dalla natura, gli risultassero assolutamente conturbanti, attraenti, eccitanti e irresistibili. Lei lo aveva e, anche se sulle prime non riuscì a trovarlo, dopo un pò lo vide, per terra poco distante dalla figura che stava contemplando: non avrebbe dovuto averlo con lei? In mano, oppure in tasca, nascosto accuratamente fra le pieghe dei vestiti o al limite dentro la borsetta? Poi capì: l'aveva perso. La ragazza aveva perso il suo nonsoché. Era  possibile, era già capitato in passato: era quasi impossibile che chi non l'avesse lo trovasse e riuscisse a impossessarsene, ma poteva capitare che chi lo aveva ad un certo punto, vuoi per distrazione o magari per colpevole negligenza, lo perdesse, e quando capitava era una cosa molto triste perché  tutto diventava diverso e i difetti, piccoli e grandi, diventavano fastidiosi anziché essere intriganti e le bugie restavano bugie e i sorrisi assumevano tutti quell'aria forzata e artificiosa che prima non avevano.

   Giovanni si rattristò per quella ragazza che aveva perduto il  suo nonsoché e avrebbe voluto aiutarla: ''"Scusa, ti è caduto qualcosa"'', si sarebbe chinato, glielo avrebbe raccolto e porto, soddisfatto del suo sorriso di ringraziamento, ''"Che sbadata, grazie mille! Non so proprio come avrei fatto senza!"''.
   Poi pensò che forse non l'aveva perso, magari voleva disfarsene e l'aveva gettato via, come a volergli fare un ultimo, sprezzante dispetto. Forse contava di trovarne un'altro, diverso, un nonsoché che Giovanni non avrebbe notato ma che magari sarebbe piaciuto a qualcun'altro. Avrebbe preso il suo nuovo nonsoché da un'altra ragazza, o ne avrebbe trovato uno abbandonato per strada e se lo sarebbe tenuto, oppure lo avrebbe ricevuto in dono da un'amica o comprato in un negozio di roba usata. Magari esisteva tutto un mercato sotterraneo in cui le ragazze si scambiavano i nonsoché quando erano diventati inutili o odiosi, perpetuando la confusione di chi, a quei piccoli e apparentemente insignificanti affarini si era davvero affezionato.
   Oppure, più probabilmente, una volta usati si consumavano e quando venivano abbandonati perdevano tutto il loro potere e il loro fascino: del resto, quel nonsoché buttato per terra a fianco alla ragazza non gli aveva suscitato alcuna emozione a parte lo stupore di vederlo lì, abbandonato.

   Quasi senza accorgersene aveva ripreso a camminare e, perso nelle sue complicate e bizzarre evoluzioni mentali, non si era accorto che l'immagine della ragazza era svanita. Del resto era tardi, il letto lo attendeva e si era ormai reso conto che non c'era alcun bisogno di fare ordine in tutti quei ricordi e quei pensieri, che in ogni caso tornano a galla quando vogliono, senza preavvisi e senza motivi, senza ordine e, col passare del tempo, sempre meno spesso e sempre meno vividi di come erano stati in passato.

Postato da: dedalusk a 22:28 | link | commenti (9) |







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