Cena cinese a domicilio. Un'ora e mezza di ritardo nella consegna.
Il bigliettino del biscotto della fortuna dice:
You will have a fine capacity for the enjoyment of your life.
Speriamo...
Avrei voluto scrivere un post sul mio fine settimana a New York, su come mi abbia travolto e mi sia entrata dentro, con la sua caoticità e le sue mille storie. Tuttavia le ultime notizie mi disgustano e mi rivoltano le viscere in un modo tale da cancellare tutte le piacevoli sensazioni di questi ultimi giorni.
La guerra, sempre lei, unita alla stupidità di chi fa finta che queste guerre siano diverse, che siano giuste, legittime e quasi dovute. Come si fa a restare insensibili davanti a tutte le cose che ci accadono intorno? Come si può non riconoscere i cliches triti e ritriti di ciò che quando studiamo nei libri di storia ci sembra odioso ma che quando avviene a pochi metri da noi si presta ad essere giustificato in mille modi? Le torture, l'uso di sostanze chimiche devastanti, i tentavi maldestri di coprire le nefandezze commesse.
Il massacro di Fallujah del 2004 sta balzando agli onori della cronaca solo ora, nonostante la proibizione a una grande quantità di giornalisti di assistere alla battaglia destasse non pochi sospetti; i militari nel frattempo continuano a spargere uranio impoverito per il mondo: in Afghanistan, in Iraq, nei Balcani, contaminando il terreno e le falde acquifere e condannando chi vive in quei luoghi a una vita di miseria e malattie per generazioni e generazioni. Un tempo questi erano considerati crimini, e chi li compiva un criminale di guerra, non diverso da Eichmann, da Saddam o da Milosevich.
E noi europei in tutto questo? Guardiamo, anzi noi italiani diamo anche una mano e ci rendiamo complici di questa schifezza rivoltante, facendo finta che le notizie che ci arrivano siano solo degli episodi e che la tortura, la violenza e i massacri indiscriminati non facciano parte della condotta di qualunque paese che sia mai stato coinvolto in una guerra: come se potesse essere diversa, la guerra.
Ma la stupidità non si ferma qui: ci abbassiamo a guardare gli avvenimenti con l'ottica che ci vogliono imporre e lasciamo che le discussioni vengano dirottate nelle direzioni più idonee a concludersi in penose esplorazioni di vacuità mentali sconfortanti. Francamente non me ne frega assolutamente nulla della presenza o meno delle armi di distruzione di massa, le atrocità che si stanno commettendo sarebbero state tali anche se le armi ci fossero state, e la guerra in ogni caso non può che essere atroce e distruttiva.

Questa è l'unica foto che pubblico del mio viaggio a New York. La statua si trova alla sede dell'ONU, ed è stata presa da una chiesa devastata dall'esplosione atomica, a Nagasaki.
Non dovrebbe l'approssimarsi dei trent'anni essere l'età in cui si comincia ad avvertire il desiderio di fermarsi, trovare dei punti fissi, una strada, un pò di tranquillità e magari una compagna che diventi col tempo un porto sicuro in cui trovare riparo? Non dovrebbe essere il momento in cui ci si accorge che si sta finalmente raggiungendo la tanto agognata maturità che instrada a una vita serena e senza troppi scossoni?
Invece oggi più che mai sento il bisogno di viaggiare, sperimentare e vedere cose nuove, di non avere punti fermi ma solo domande e curiosità a cui cercare risposta, di provare emozioni e di fare tutto quello che non ho ancora fatto. L'idea dell'immobilità mi ripugna e i miei programmi per il futuro non sono volti a decidere dove sarò fra cinque o dieci anni, ma dove voglio essere adesso, cosa mi piace e cosa desidero. In serate come queste, in cui decido di stare da solo, a rotolarmi nei pensieri e guardarmi intorno, passeggiando per le vie semideserte di una città che non mi appartiene, c'è il succo di quello che sono e di quello che voglio, l'edonismo di una solitudine che cerco e rincorro. Ci saranno altri momenti per la baldoria e la compagnia, per le risate e la spensieratezza, come ce ne stono stati tanti in questi ultimi mesi e in questi ultimi anni. Ma per ora questa nottata, con un cielo chiaro e le stelle appannate dalle luci cittadine, è perfetta. Uno still life della mia vita, e la certezza che i viaggi e gli incontri, le partenze e i ritorni non sono finiti, la meraviglia di sapere che forse ciò che ho visto finora non è che un preludio.
Non mi sento vecchio, e non mi sento neanche grande. Non voglio esserlo, non voglio rinunciare alla gioia, allo stupore e alla stupidità. Ci tengo alla stupidità, e non ho rimorsi per tutte le volte che mi ha fatto fare cose che non avrei dovuto, e grazie alle quali sono diventato forse un pò più saggio, e un pò più lontano dall'idiozia delle certezze.
Se dovessi avere rimpianti sarebbe per i sentimenti non provati, non per quelli vissuti fino in fondo. Non ho rimpianti per i baci dati, le parole sussurrate e i fiori regalati. Se qualcosa finisce vuol dire che è esistita, se si sono commessi errori vuol dire che si stava facendo qualcosa, se ci si è innamorati della persona sbagliata vuol dire che si è vivi. Se ci si prende un momento per riflettere e per stare da soli, vuol dire che non si ha paura di ciò che si è.